giovedì 13 novembre 2008
Gela senza stadio e i calciatori scendono in piazza
Lo famo strano. Lo famo in piazza. Come gli studenti anti-Gelmini riuniti sul selciato per le lezioni a cielo aperto, con il Comune nella parte del ministro con gli occhialini e i calciatori in quella degli scolari ribelli.
Il Gela calcio da oggi si allenerà in piazza Umberto, in pieno centro, sotto gli alberi, davanti al neoclassico della Chiesa Madre e al liberty dei palazzi più eleganti, dribblando la fontana e cercando l'assist di tutta una città che non potrà non accorgersi della novità. Motivo: la squadra milita in seconda divisione, è imbattuta dall'inizio del campionato e seconda in classifica dietro il Cosenza, applauditissima dai tifosi locali. Ma non ha un campo. A Gela, città siciliana di quasi 80 mila abitanti, che spera da anni di diventare provincia, gli impianti sportivi sono pochissimi, e quelli che ci sono, come il campo intitolato a Vincenzo Presti, sono in disarmo o non vengono concessi in gestione alle società.
Il terreno del «Presti» peraltro è rettangolo spelacchiato, mal tenuto, che faticherebbe a sopportare l'«insulto» dei tacchetti. Occorrerebbe intervenire, rimediare, gestire meglio quello che c'è e possibilmente costruire quello che manca, ma l'amministrazione rilutta, nonostante il sindaco Rosario Crocetta, primo sindaco dichiaratamente gay d'Italia, in passato sia stato a fianco della squadra nella lotta contro il racket. Così Angelo Tuccio, il presidente della squadra, dopo anni di lamentazioni e insistenze, di istanze e mediazioni, come direbbe Montalbano si è definitivamente rotto i «cabbasisi».
Da oggi alle 11, torelli e partitelle in piazza. Lanci a seguire sul marciapiede, doppi passi sulle strisce pedonali, sperando che nessuno, davanti al sagrato, si faccia prendere dalla tentazione di un rinvio alla «viva il parroco». «Inaugureremo un centro sportivo tutte le settimane», ha promesso il presidente movimentista. «Prima piazza Umberto, poi piazza Salandra e piazza Roma. Ci porteremo le porte e le bandierine del calcio d'angolo». Agassi e Federer anni fa si allenarono sull'eliporto in cima al Burj Al Arab, l'albergo dei ricconi in Dubai, e sempre negli Emirati ci sono piste da sci e campi da hockey dentro i centri commerciali. Tomba vinse il suo primo slalom alla montagnetta di San Siro, la F.3000 ha girato attorno allo stadio di Cagliari. La Nascar regolarmente invade le «avenues» di New York, e Robert Kubica, il polacco della Bmw, ha infilato una Formula 1 nelle stradine di Brisighella. Ma quelli erano show. Qui si tratta di lavare in pubblico i panni sporchi. Come si dice? Di mettere le cose in piazza. Un po' come fece Antonio Renzo, il pugile calabrese che in mancanza di una palestra dove allenarsi per il titolo europeo dei «leggeri» attrezzò con ring e sacchi artigianali, una chiesa sconsacrata.
Quella di Tuccio è «una provocazione rivolta a quei politici che in decenni di attività amministrativa non hanno saputo dare risposte alle società sportive, ma soprattutto ai giovani, negando loro il diritto di fare sport. Speriamo che stavolta ci ascoltino». Qualche settimana fa sei suoi colleghi presidenti di squadre di pallavolo avevano minacciato di emigrare in comuni vicini se non verranno aperti al più presto due palazzetti dello sport, progettati e costruiti dal comune e dalla provincia di Gela, ma off-limit per l'attività in attesa di un bando per la gestione. Dove non sono servite le parole e le minacce, forse riusciranno un paio di calci ben assestati.
(La Stampa)
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Argomenti: notizie generali








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