Quickribbon Udinese borghese

martedì 11 novembre 2008

Udinese borghese

Non me l’aspettavo. Non mi aspettavo una squadra così borghese e timida. Il primo calcio nei palloni di questa settimana lo tiro ben volentieri all’Udinese e il motivo, nella mia testa bacata, appare molto semplice. L’Inter vince nella consueta maniera. Vince con i muscoli e al termine di un tabbureggiante quanto scriteriato attaccare che diventa artistico soltanto quando a prendere la palla è tal Ibrahimovic.

Il resto dei suoi compari hanno la testa bassa e avanzano palla al piede fino alla morte “facendo anche alcuni metri da deceduti” (Paolo Rossi, il comico non il pedatore). Insomma, questi attaccano senza cerebro, tanto se meni fendenti all’aria prima o poi, all’avversario, un cazzotto lo tiri. Il calcio italiano delle grandi è così, senza disegni o progetti. Le big fanno schizzetti di gioco e poi con i muscoli o con la tecnica vincono. Il calcio nei palloni, però, va all’Udinese perché pur avendo condotto praticamente in porto una partita che anche nei numeri era pari (10 i tiri dei friulani, 12 quelli degli interisti) è riuscita nell’impresa di perdere perché ha avuto timore. Ha aspettato, ha giochicchiato, ha traccheggiato, a fronte di una superiorità tattica che poteva essere usata. Invece no, ha tentato di contenere l’avversario che mostrava sempre più i muscoli e spargendo testosterone sul campo.
Con questa mentalità spicciola (“Ti prego Inter non farmi male, siamo amici, vero?”) a San Siro si perde anche contro l’Inter più prevedibile degli ultimi tempi. Avesse osato… saremmo a parlare di un ko dei Mourinho boys.

Con i se e con i ma, tuttavia, non si fa la storia. Lo sa bene Mourinho che ha zittito il pubblico dopo quel golletto al 91° e poi ha litigato con tutti. Poi ha detto che stava zittendo Costinha, suo ex giocatore che lo chiamava dagli spalti. Già, perché lui è bionico e sente tutto e tutti anche nello stadio roboante. Poi è andato a Sharm El Sheik ha diviso le acque del Mar Rosso in due. Già, perché lui è così. Un calcio nei palloni anche a lui e a Ivan Ramiro Cordoba, splendido massacracaviglie della gara di ieri. Un calcione anche a Morganti che, in ossequio alla potenza della maglia, gli ha fatto fare vere e proprie estirpazioni tendinee prima di sventolargli sotto il naso un giallo al minuto 83 su Inler che aveva i crismi del reato penale (con pena da scontare senza condizionale).
Gli ultimi due calci nei palloni li assesto a coloro che a Roma stanno facendo il trucchetto mediatico di far passare per buono un momento di bruttezza epocale di una squadra, vale a dire la Rometta di Spalletti. Il giochino è lo stesso che fanno al nord con il Milan, lo “squadrone che tremare il mondo fa”. Basta una partita e tutto va bene, così come basta un gol al Braga e tutto sembra bello. Il 3-1 col Chelsea è sembrato l’annuncio del ritorno di dio sulla terra, ma è una partita in cui i vice campioni d’Europa sono apparsi davvero finti per essere veri. Però la gente non va presa per i fondelli quindi bisognerebbe dirlo a tutti che la partita con gli inglesi è stata un segnale di ripresa, ma non la luce in fondo al tunnel. La Roma, per problemi suoi, è una squadra in transizione verso una realtà differente che non fa e non farà rima con scudetto.Oltretutto ha il problema Totti, visto che dall’ingombrante figura del capitano non vuole prescindere mai finendo per esaltarsi o deprimersi a seconda che il ginocchio del condottiero funzioni. Una squadra che dipende da un ginocchio? Non è cosa seria, bisognava pensare ad alternative plausibili.
E allora non facciamo proclami, come fanno i giornalisti tifosi della capitale dopo il 3-1 al Chelsea. Anche perché la prima squadra della capitale è la Lazio che il logorroico, ma stoico presidente Lotito ha trasformato in un modello di gestione oculata, tagliando costi e distribuendo possibilità a tutti coloro che vogliono andar lì, prendere poco (un poco che è centinaia di volte il vostro e mio stipendio), giocare molto, divertirsi e, spesso, fare “13” emigrando di lì a poco in una big. Un calcio nei palloni a tutti quelli che credono che la Roma sia la prima squadra della capitale. È la Lazio.

(francescofacchini.it)

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